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ll caso Chiara Ferragni-Balocco ha catturato la scena mediatica scatenando polemiche che ancora non si sono consumate.

il caso pandoro chiara ferragni

Non è sulla questione della pubblicità ingannevole (o meno) che vogliamo condurre una riflessione. Quello su cui intendiamo soffermarci sono i risultati della strategia di marketing messa in campo in seguito all’accordo commerciale tra l’azienda di Fossano e l’imprenditrice digitale.

Facciamo i conti quindi. La Ferragni su Instagram ha 29,6 milioni di follower. Balocco ha venduto 290.000 pandori griffati Ferragni al costo (abbordabile) di 9 euro ciascuno.

Se calcoliamo il tasso di conversione dell’attività di marketing che ha coinvolto uno dei brand più noti dell’industria dolciaria italiana e una delle influencer top a livello internazionale non arriviamo all’1%.

E stiamo parlando del lancio di un prodotto potenzialmente accessibile a un vastissimo pubblico.

Ma al di là della polemica che ha portato all’intervento dell’antitrust, i pandori rosa sono stati oggetto di un’operazione di marketing ritenuta comunque economicamente “un affare” (come si legge su open.online).

Eppure quando ci confrontiamo con aziende B2B e affermiamo che un tasso di conversione dell’1% di una campagna promozionale è un buon risultato (e ci riferiamo a settori molto più di nicchia e con un pubblico estremamente selezionato), non poche volte i nostri interlocutori ci guardano straniti.

Va da sé, però, che i numeri ci danno ragione: se il brand Ferragni porta a un tasso di conversione dell’1% come non considerarlo un buon risultato?

Un esempio valido, infatti, è più efficace più di tante parole.

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